

In un colloquio privato dietro la piazzola dei tram a piazza Beccaria (si proprio li vicino dove c'è quella pasticceria che fa le tortine Pistocchi da 20 euri al morso) col caro Braddo Pitti, ho scoperto interessanti novità su una pagina oscura e leggendaria del suo passato. All'età di 17 anni, come molti di voi sanno, il nostro caro amico si recò per cercare fortuna nella capitale della gioventù e della spensieratezza: Londra. Tra lacrimoni copiosi e pacche sulla spalla dovute ai quindici bicchieri di nocino bevuti, egli ha iniziato a raccontarmi questa parentesi ricca di particolari della sua avventurosa esistenza."Ero partito all'incirca alle quattro, o era mezzanotte, con la metropolitana per Lestesquè (Leicester Square) ma mi accorsi di essermi scordatomi a casa quel gatto congelati neriche io metto per la strada e poi ci faccio sopra il numero di magia del mago nazista. Gli urlo addosso e loro scappano tutti gnudi, tipo: "Ndo vai gatto? Levati dai coglioni vai!". Braddo era scosso, le parole gli uscivano a singhiozzo, nel frattempo quelle inutili macchinette elettriche che puliscono le strade erano entrate in azione e così lo accompagnai verso il bar, dove, confortato dal corroborante sapore di un altro nocino mi spiegò le difficoltà della sua parentesi in terra d'Albione. C'era con lui, dopo che Calissano si era fissato con le troie negre, pure suo cugino di terzo grado: tale Riccardo Ghiri* (vero nome Ricciardello de' Ghiri, foto a destra). Riccardo, cito testualmente: "puzzava di citrosodina in maniera invereconda e si cibava solamente di digestive McVities che usava a mò di paletta nella pasta lavamani al limone". Stavo iniziando a capire il contesto, davanti a me i lembi del sipario si stavano aprendo. Avevo dalla mia parte pochi addendi ma potevo tranquillamente far la somma. Ho capito che c'era pure un elefante nel giardino, rosa come quello di dumbo, che si iniettava tutti i giorni gocce d'eroina per non sentire più il rimorso di aver fatto cacciare Syd Barrett dai Pink Floyd. Le lunghe parentesi per giocare a cricket con Donovan ed Eric Burdon, le scorribande impazzite per Oxford Street fino allo speaker's corner tirando gavettoni pieni di piscio agli improvvisati imbonitori. Braddo era scosso. Mi fece pure una minuziosa analisi dell'intera strumentazione che suo cugino Riccardo, per gli amici Riccardaccio, installava sul palco durante i concerti dei Clash. E da li nacque l'idea, interrotta dagli aliti del nocino, di metter su una jam session con Strummer, Jones e company. Braddo avrebbe portato tutta la sua esperienza come suonatore di flicorno, Riccardo Gheri si sarebbe esibito al sintetizzatore e i restanti Clash avrebbero desinato a capesante presso il bistrot aperto da pochi mesi sotto l'hotel Savoy.
Anch'io vojo annà a 80 all'ora
Ci era molti anni fa, in uno sperduto paesello del continente panamericano, ovvio, un ragazzo audace e sfacciato. Prendeva a calci in faccia la vita, respirando l'aria calda dei venti tropicali. Il parallelo 0 gli faceva una sega. Lui aveva fame di ogni esperienza nuova, di Dio. L' Argentino che guidava le coriere del Baschetti sapeva che ogni giorno sarebbe stato fuoriero di nuove esperienze, di stimoli cancerogeni, di calippi (che in Argentina chiamano flebos) all'acre gusto di burrito. Questo però non gli bastava. Come era grande il mondo e lui così piccolo, argentino, tifoso del San Lorenzo. La madre cuciva le toppe nei gionocchi ai pellegrini che si recavano, carponi, al santuario della beata vergine del Mascarpone Duetto Mauri (a strati gorgonzola) e dava ricetto ai reduci della guerra della Malvinas (mamma de Sandro e suocera de Caioso). Il padre, lanciatore di bolas tramite fideiussione bancaria, sperava in un avvenire da tangheiro per il figlio. Olè. Il povero Argentino che guidava le coriere del Baschetti invece dimostrava una spiccata propensione per friggere i gamberi di fiume, tre palleggi in fila mica li faceva...che vuoi vuoi fare il tangheiro se non sai nemmeno calciar un super tele (che in Argentina chiamano flebos)? Guarda te che reietto: basso, brutto, pessimo tangheiro. "Emigra, cabron, me escucia de dirte che tu es una mierda neolatina (che in Argentina chiamano flebos)". A scuola finisce per prender il suo povero diploma in perito (deceduto) e poi trova lavoro, ma un lavoro tipo da... lustracoltelli in un negozio di coltelli. Garantendosi per paga pochi pesos, umiliato nell'orgoglio dai coltelli stessi, decise di vendicarsi della figura paterna, maledetta icona del seme maschile che fuoriesce dalla bocca oltre che dal buchino del pistolo. Rubò una mattina un'intero set di coltelini per bistecche non disossate di cerbiatti (che in Argentina chiamano flebos), tornò a casa col suo monociclo marca Caccolero e tolti uno per uno i coltelli fracassò la testa del padre col ceppo di faggio dove questi giacevano. Oibò che fare?Scappare ovvio, ma dove?Le guardie lo avrebbero sicuramente trovato, e lui si sarebbe deciso a confessare l'agghiacciante delitto. Prese allora il primo aereo che poteva e si diresse in Svezia. Qui conobbe, appena uscito dall'aereoporto di Stoccolma, Ingmar Bergman (che in svedese si dice flebos) e gli narrò la sua storia. Bergman rimase affascinato dalle vicissitudini di questo scricciolino argentino, puzzoloso e tenero al contempo. Decise di dedicargli un film, e gli concesse il ruolo di protagonista nel suo capolavoro: "Smultronstallet" collo pseudonimo di Gunnar Bjornstrand (ovviamente per coprirlo dalle persecuzioni poliziesche). Era la sua grande occasione e il suo impegno fu assoluto. Si fece addirittura crescere i baffi. Tra il grande pubblico fu subito amato per il suo alito al Curry che si poteva annusare anche standosene comodamente seduti al cinema e per la sua andatura claudicante, dovuta al suo vizio di attaccarsi le caccole nell'incavo delle ginocchia. Un'anno bellissimo, insomma, trascorso come ospite in casa Bergman, a riscaldare il suo divano, bere le sue bibande e deflorare l'ano di sua moglie. "Bellini si i materassini, i divanetti de 'sta ceppa de cazzo, IKEA brucia!!! Troia brucia!!!". E caricandosi sulle spalle il vecchio padre Anchise si incamminò verso il porto. A no, senza caricarsi sulle spalle il padre Anchise si avviò solo col piccolo Ascanio verso la libertà, la terra delle opportunità, la panacea del sognatore, la schiuma di cappuccino sulle labbra, la virtù teologale, il pompino con l'ingoio di ogni Argentino che guidava le coriere del Baschetti: l'Italia. "Estoi aqui en Italia, che bel posto para trabajar". Questo fu il suo primo pensiero quando le sue adidass (imitazione argentina, con tre strisce e un culo) calpestarono per la prima volta il suolo caro ai Cesari. Passarono alcune ore, poi l'Argentino che guidava le coriere del Baschetti capì che aveva dormito per un giorno e senza più nè Anchise ne tantomeno Ascanio (che già aveva fatto il grandefratello e ora conduceva un programma con la Dandini), adesso si trovava nel deposito della Pieros Lines al lago di Montedoglio. "Chi succederà al soglio di Silvio Berlusconi? Bossi, Fini o Casini?, "Se li mato tutti e tres, niuno mas". Questa fu la domanda che Pieros (che in italiano si dice flebos) pose all'Argentino che guidava le coriere del Baschetti per scoprire se era una spia mandata dai nazisti detti schinezzi. Il povero americano dedusse che l'esistenza, se paragonata ad una spremuta di cardarroste non ha nessun senso nè logico nè grammaticale, tipo scrivere parole come: arondoncano o pullamenegro. Ma questo non gli impedì di pronunciare la sua leggendaria frase nella coriera, il primo e unico suo giorno di lavoro: "Se portà i cami pieni de cavallo". Tredicesima? Promozione? Macchè, solo e squattrinato si diede all'alcool, insieme ai suoi cavallo.
QUESTA NUVELLINA E' STATA SCRITTA A QUATTRO MANI (O VENTI DITA) DA NOI DUE: IO E MEA . DIOCANE S'E' INVESTITO FIDO DIDO.
Te lo ricordi quando Ponzio Pilato disse: "Chi volete libero, Gesù o Barabba? E ora sgommo con la mia nuova vespa 125 special, marmitta d'allungo Polini e centralina modificata da Pierino del Moncini." Tu eri seduta nei gradini del sinedrio ed io, gongolante come un bamboccetto con la ghiaia nel piedistallo, ti fissavo negli occhi. "Oh che bella toga che hai". E fu subito amore. Poi Gesù risuscitò, tu non eri un granchè a tenere i segreti, lo capì quando mi dicesti che il portale di pietra del sepolcro era spalancato e davanti si trovava il sosia di Johnny Deep. Che matta. Poi seduti accanto in un osteria, bevendo brodo caldo che follia, io ti sentivo ancora profondamente mia, ma un colpo di fucile ed ecco che, ritorno col pensiero. Mutui a tassi vertiginosi ci servirono per costruire il nostro nido d'amore. Calde brioche sfornate dalle sapienti mani di Demetrio Volcic producevano un dolce aroma nell'aria. Potrei rimanere qui incantato tutta la vita, a ripensare a quel giorno. "Lo hai letto l'ultimo libro di Tiziano Terzani?", "No, però ho lo scolo, darling". Cascasti ai miei piedi e ti possedetti (eh eh eh).
IL DECALOGO
Scrostando la carta da parati e spulciando le vecchie mail in ricerca di un messaggio importante, ho ritrovato questa missiva del caro (...) che oggi pubblico volentieri (pur senza il suo permesso). La mail così citava: